domenica 15 maggio 2011

Maggio 2011: Il dialogo con i figli in relazione alle varie età evolutive a cura di Paola e Flavio

Il tema della serata è abbastanza impegnativo. Una piccola frase che contiene moltissimi significati. Vogliamo parlare dei nostri figli e confrontarci sul dialogo che abbiamo con loro. Tutte le età sono importanti, ma per noi in questo momento l’attenzione è rivolta maggiormente all’adolescenza delle nostre figlie maggiori.
La comunicazione è l'abilità di esprimersi e di ascoltare. È il mezzo con cui ci esprimiamo reciprocamente. Dialogare, forse è più naturale, più sciolto, più intimo… un’accezione più personale… Il termine dialogo (dal greco dià, "attraverso" e logos, "discorso") indica il confronto verbale tra due o più persone, mezzo utile per esprimere sentimenti diversi e discutere idee contrapposte.

Dialogare = comunicare.
La comunicazione non è fatta solo di parole. Comunichiamo con i gesti, con le espressioni del nostro viso, del corpo; anche con i silenzi… e lo facciamo sempre, in tutte le situazioni: al lavoro, a scuola, in famiglia… naturalmente i contesti sono diversi e anche comunicare - dialogare può essere, o è, diverso. Parliamo di figli per cui è naturale parlare della famiglia. Nella comunicazione familiare il dialogo, l'ascolto, l'attenzione sono gli elementi fondamentali per la crescita, lo sviluppo e la maturità dei figli.

Un aspetto fondamentale della comunicazione in famiglia è l’apertura al dialogo, infatti, è possibile uno sviluppo più armonico e sereno se c’è maggiore confidenza con i genitori e se si creano situazioni in cui è possibile per ognuno raccontare le proprie esperienze, quanto accade durante la giornata.

Per instaurare una comunicazione efficace è importante partire da una dimensione di ascolto, prestando attenzione alle emozioni e alle opinioni che i figli possono esprimere.

E' una modalità di comunicazione che va costruita quotidianamente, con pazienza e attenzione, cominciando dai primi scambi verbali e non verbali. La famiglia è il nucleo fondamentale nella vita di ognuno, il luogo in cui si nasce, si cresce e si gettano le basi per la propria vita relazionale. Passare dalla vita individuale, a quella di coppia e famigliare è sicuramente faticoso. La nascita di un figlio è certamente un momento di grande gioia, ma può comportare profonde trasformazioni sia a livello individuale sia nelle dinamiche della coppia, che è diventata famiglia e che deve imparare a relazionarsi con un nuovo membro. I primissimi anni del bambino sono una fase particolare. Papà e mamma sono costretti a ridefinire il proprio legame in virtù del nuovo arrivato e a creare uno spazio, fisico e mentale, per il proprio figlio. Inoltre, si trovano alle prese con un “mestiere” nuovo, con tutti gli interrogativi e i dubbi legati al proprio modo di essere genitore. Quando i bambini sono piccoli è importante la funzione e la modalità della comunicazione - numero di scambi, varietà di segnali, ricchezza del linguaggio - per aiutarli a sviluppare il linguaggio, le competenze comunicative e l’intelligenza.

E' fondamentale prendere seriamente quello che dice il bambino, che ha bisogno di essere ascoltato attentamente e non superficialmente.

L'essere sempre interrotto o criticato non gli permette di acquisire sicurezza nei suoi stessi pensieri e di sviluppare un buon livello di autostima, ma anche, dargli sempre ragione, lasciarlo parlare continuamente quando ha bisogno di essere contenuto, non gli permette di sviluppare un proprio senso critico e la capacità di interpretare in modo obiettivo ed equilibrato un evento, una situazione, un argomento, ecc.

Il sostegno maggiore è dato dall'essere ascoltato fino in fondo, dal sentirsi compreso, appoggiato e contenuto e dalla possibilità di confrontarsi con l'adulto quando questi ha un'opinione diversa dalla sua. Anche gli anni successivi del passaggio alla preadolescenza o all’adolescenza sono periodi di profondi sconvolgimenti per i ragazzi, che si trovano a dover fare i conti con grossi cambiamenti a livello corporeo, che si ripercuotono sul loro modo di vedersi e di relazionarsi con i coetanei e con i genitori. La conflittualità tra i bisogni di autonomia e di protezione dell'adolescente si esprimono all'interno della famiglia attraverso nuove e diverse forme di comunicazione sia verbali ( silenzi, aggressività verbale, conflitti, provocazioni) che non verbali (modo di vestire, di atteggiarsi, di gestire gli spazi personali…)

La fase dell'adolescenza, caratterizzata da comportamenti che vanno dalla solitudine all'irrequietezza, dal rifiuto delle regole familiari (fino ad allora accettate) al rifiuto scolastico, dalle nuove richieste ed esigenze relative al desiderio di avere il motorino, di andare in discoteca, di non avere orari da rispettare, comporta delle irregolarità di condotta nel contesto familiare, che rischiano di compromettere in modo drastico la comunicazione all'interno della famiglia. La comunicazione fra genitori e figli può, quindi, diventare difficile, i genitori possono sentirsi insicuri, poco informati, e i figli possono sentirsi incompresi, non ascoltati, e non trovare argomenti da condividere con i genitori.

I genitori si interrogano su molti punti: dove abbiamo sbagliato; perché si rivolta così contro di noi? Perché è così svogliato, testardo, irascibile, taciturno? Non riusciamo più a capire cosa vuole, non riusciamo più a farci ascoltare. Perché si comporta così? Come dobbiamo comportarci? Perché i miei figli sono così diversi tra loro quando ci siamo comportati con entrambi allo stesso modo?... Per i genitori è importante essere flessibili e cambiare le modalità di comunicazione nelle diverse fasi mantenendo una qualche forma di controllo sui figli, stando attenti ad essere chiari e coerenti: I figli hanno bisogno di sapere cosa aspettarsi come conseguenza dei loro comportamenti. I genitori possano cambiare idea, ma la cosa importante è che i figli provino un senso di certezza e di prevedibilità. Bisogna motivare i comandi, porre limiti ragionevoli e fidarci dei nostri figli. E’ fondamentale una fiducia di fondo, associata a caute indagini fatte chiedendo direttamente a loro, in maniera tranquilla. Nutrire aspettative sufficientemente alte, aiutare con discrezione. Bisogna sottolineare che un genitore che si apre al dialogo con i figli deve continuare a rivestire il suo ruolo di genitore e mantenere la sua autorevolezza. L’errore che spesso si fa è di porsi sullo stesso piano, come se si fosse “amici”. Lo stile genitoriale autorevole (quando i genitori controllano, si aspettano comportamenti maturi, dialogano e sono caldi) si è rivelato maggiormente opportuno per la crescita dei figli.

Ci piace alla fine riportare questa opinione che abbiamo trovato e che riassume, chiarifica e ci fa sorridere…

“Solitamente il dialogo percepito dai genitori è molto diverso da quello desiderato dai figli di tutte le età.

Gli obbiettivi di entrambi sono spesso in opposizione, quindi il dialogo risulta assai difficile. Ai genitori non interessa essere "solo" informati su come i figli impiegano il proprio tempo, come procede il lavoro scolastico, quali obbiettivi hanno nella vita, ma, pretendono (giustamente) di discutere con i figli, danno giudizi su ciò che pensano, dicono, fanno.

Ai figli, importa un altro tipo di relazione: i genitori sono utili quando ascoltano le loro pene, accolgono senza critiche i loro insuccessi, approvano incondizionatamente le loro richieste e, soprattutto quando finanziano ogni loro desiderio.

Tali, almeno, sono i giudizi sui rapporti con i genitori che circolano tra gli adolescenti. Ma è questo il vero compito dei genitori? A che serve il dialogo?

Secondo me l'educazione alla vita è un dono dei genitori che si arricchisce a mano a mano che i figli affrontano situazioni sempre più complesse e più varie con la crescita.

Se al bambino di un anno si insegna a camminare perché acquisti autonomia, al figlio che cresce va insegnato tutto ciò che contribuisce a rendere autonomi non solo il corpo, ma anche la sua mente, la sua anima, i suoi sentimenti. E' vero che la scuola sviluppa le capacità intellettive, ma quante cose ed esigenze dell'essere in crescita non possono ricevere soddisfazione dalla scuola! Chi li educa a perseguire i valori della vita? Chi li impegna e li sprona nel conseguire i propri ideali? Chi individua i talenti e i pregi nell'adolescente? Chi può adoperare premi e castighi? Chi può insegnare a percepire le cose del mondo, la sofferenza dei più deboli, l'onestà, l'amore, ecc..?

Tutto ciò è compito specifico dei genitori e l'educazione senza dialogo non è possibile.

Ma l'interferenza ambientale in tale campo è stata assai penetrante; ogni genitore sa che non può imporre la sua volontà perché ne ha l'autorità e/o perché si considera sempre nel giusto: il genitore adesso deve persuadere il figlio che ciò che chiede, non più ordina, è un bene per lui e anche per gli altri. Questa trasformazione di rapporti genitori-figli è un bene per lui e anche per gli altri.

Ma questa "trasformazione" dei rapporti tra genitori-figli non è facile.

Il ragazzo per sua natura vuole ciò che gli piace, che costa poca fatica, che è attraente ed aumenta il suo prestigio presso gli amici: perciò il suo dialogo con i genitori mira in maniera più o meno diretta per raggiungere questi obbiettivi.

Purtroppo molti genitori si stancano di persuadere i figli, oppure sono troppo presi con il lavoro per dedicare qualche ora di dialogo con i propri pargoli ed il risultato è che spesso cedono a queste pretese.

I genitori si trovano di fronte a degli estranei, spesso non possono nemmeno chiedere con chi e dove vanno i propri figli; si sentono confusi e poco influenti sulla vita di questi ragazzi che si dimostrano già adulti...

Ovviamente la società in sé non li aiuta, anzi, la pubblicità esorta sin dalle età più giovani a comprare comprare e comprare... Quando andavo a scuola io, elementari/medie, non mi importava cosa mi faceva indossare mia madre... E nemmeno gli altri miei compagni erano interessati a ciò... Il regalo più ambito era la bicicletta... la mitica BMX ! Ora, se li guardate bene, sono tutti firmati dalla testa ai piedi e con il cellulare! Al dialogo si sono sostituite le cose. Io, ancora adesso a 25 anni, mi trovo alla sera (come pure mia sorella) a discutere con i miei genitori di tutto, dai fatti di cronaca alla mia giornata lavorativa, dai problemi di vita quotidiana a cosa mettere per la fiera... Parliamo di tutto... Certo, il mestiere di genitore è sempre stato difficile, ma se questi sono pure "vaganti" (spesso, ovviamente, per necessità), il problema degenera: figli che chiedono consigli a coetanei (che ne sanno meno del meno) o a persone estranee… Eppure, io sono convinta che nessuno (né nonni, né istituzioni, ecc..) nessuno possa educare alla vita come i propri genitori... Certo sbagliano anche loro, chi non lo fa? Però i genitori, anche se sbagliano, spesso lo fanno per il nostro bene. Bisognerebbe avere più tempo da dedicare ai propri figli, spegnere la TV e colloquiare su tutto... Senza che i genitori si sentano dei maestri, ma delle persone affidabili, pronte all'ascolto e ai consigli (no giudizi), pronte anche a sgridare, ma sempre per il bene dei propri figli. I figli abbandonati a se stessi, non sono persone peggiori rispetto ad altre, ci mancherebbe! Però sono sicura, che nel loro io, a volte rimpiangono la mancanza di colloquio con i propri genitori, rimpiangono anche qualche sgridata in più o anche qualche diverbio (io ne ho spesso e volentieri)... Approfittiamo dei piccoli momenti di tempo per chiacchierare con i nostri genitori/figli, impariamo ad ascoltarci e a capirci.

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Dal vangelo secondo Luca (Lc 2, 40-52)

I suoi genitori si recavano tutti gli anni a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono di nuovo secondo l’usanza; ma trascorsi i giorni della festa, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendolo nella carovana, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme. Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai dottori, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte. Al vederlo restarono stupiti e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto così? Ecco, tuo padre ed io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero le sue parole. Partì dunque con loro e tornò a Nazareth e stava loro sottomesso. Sua madre serbava tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.

Maria e Giuseppe cercano Gesù per tre giorni e quando lo trovano ci aspetteremmo che gli facciano una bella sgridata. Invece la situazione si capovolge; sembra che sia Gesù a essere risentito e seccato che i genitori lo abbiano cercato tanto; Lui dice che deve occuparsi delle cose del Padre suo. A volte non capiamo i nostri figli; anche nel Vangelo si dice: “Non compresero il significato di queste parole”, però le accettano. Anche noi possiamo accettare di non comprendere i nostri figli, di accettarli come persone che ad un certo punto possono decidere da soli. La frase centrale: “Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?” ci interroga su che comportamento avere in queste situazioni. Anche se sosteniamo il contrario, spesso abbiamo in mente un percorso ben definito per i nostri figli e facciamo fatica ad accettare che le cose vadano diversamente. Di solito, i genitori sentono il dovere di insegnare ai propri figli, ma attenzione a non travalicarli. Se vogliamo incontrare i nostri figli il presupposto deve essere l’ascolto a loro dedicato. Per ascoltare occorre fare silenzio, soprattutto un silenzio interiore.

L’esempio supremo di capacità di ascolto è Maria che ascoltava Gesù in silenzio. Il suo era un silenzio meditativo in cui si interrogava su ciò che veramente suo Figlio voleva dire con parole ed atteggiamenti. Questo silenzio ci colpisce e ci serve come allenamento per scoprire e conoscere i nostri figlie rimanere stupiti della loro ricchezza: tutto questo allo scopo di educarli! Non è sufficiente voler bene a un figlio, ma bisogna trovare il giusto canale comunicativo affinché il figlio senta questo nostro bene. I momenti difficili esistono per tutti i genitori: quante lamentele, quante necessità, quanti sfoghi, quanti capricci da parte dei figli che vanno sempre accolti con amore. L’atteggiamento deve essere improntato all’umiltà che non significa affatto essere deboli: ascolto mio figlio, lo accolgo e medito su quello che mi ha detto per capirlo sempre più (pensiamo all’accoglienza e alla meditazione di Maria per Gesù!).

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Dal Vangelo secondo Matteo (Mt 5,13-19)

«Voi siete il sale della terra; ma se il sale perdesse il sapore, con che cosa lo si potrà rendere salato? A null'altro serve che ad essere gettato via e calpestato dagli uomini. Voi siete la luce del mondo; non può restare nascosta una città collocata sopra un monte, né si accende una lucerna per metterla sotto il moggio, ma sopra il lucerniere perché faccia luce a tutti quelli che sono nella casa. Così risplenda la vostra luce davanti agli uomini, perché vedano le vostre opere buone e rendano gloria al vostro Padre che è nei cieli».

Gesù chiede a tutti i cristiani di essere un “riflesso” dell’amore di Dio e di trasmettere questo valore fondamentale, che è l’amore, a quanti incontriamo. Questa “missione”, testimoniare l’amore e insegnare ad amare, ce l’hanno prima di tutto i genitori nei confronti dei loro figli. Attraverso il dialogo possiamo essere luce e sale per i nostri figli.

Dal vangelo secondo Luca (Lc 11, 1-4)

Gesù si trovava in un luogo a pregare; quando ebbe finito, uno dei suoi discepoli gli disse: «Signore, insegnaci a pregare, come anche Giovanni ha insegnato ai suoi discepoli». Ed egli disse loro: «Quando pregate, dite:

Padre,
sia santificato il tuo nome,
venga il tuo regno;
dacci ogni giorno il nostro pane quotidiano,
e perdona a noi i nostri peccati,
anche noi infatti perdoniamo a ogni nostro debitore,
e non abbandonarci alla tentazione».

Gesù ci insegna a pregare, ad avere fiducia e rivolgersi al padre come figli. La preghiera diventa un dialogo supremo ed interiore.

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Domande
  • Come è stato il dialogo con i miei genitori da figlio/a?
  • Noto il ripetersi di un certo stile ora che sono io genitore o piuttosto faccio o cerco di fare il contrario?
  • Trovo difficile affrontare certi argomenti o situazioni? Se sì quali?

lunedì 25 aprile 2011

Santa Pasqua 2011




Mentre scendevano dal monte,
ordinò loro di non raccontare a nessuno ciò che avevano visto,
se non dopo che il Figlio dell'uomo fosse risuscitato dai morti.
Ed essi tennero per sé il messaggio,
domandandosi però che cosa volesse dire risuscitare dai morti.
(Mc 9, 9-10)


Chissà se sapremo mai cosa significa"accoglienza"...
Forse lo capiremo solo quando inizieremo a praticarla veramente.
La Risurrezione di Gesù possa farci cogliere la realtà da un'altra prospettiva.
Auguri per unaSanta Pasqua !!!

sabato 23 aprile 2011

Buona Pasqua a Tutti

Trovarono la pietra rotolata via dal sepolcro … mentre erano ancora incerte, ecco due uomini apparire vicino a loro in vesti sfolgoranti … essi dissero loro: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo? Non è qui, è risuscitato”.

(dal Vangelo di Luca)


Carissimi,


un colorissimo saluto e abbraccio a tutti e a ciascuno. Attraverso le mail che mi arrivano e il bellissimo blog vi seguo con affetto, simpatia e amicizia.

In questa Santissima Pasqua vi ricordo in modo particolare e prego perché sia tolta dal nostro cuore la pietra dell’incertezza, dell’indifferenza e dell’incredulità così che la nostra vita sia invasa dalla luce radiosa dell’annuncio pasquale :


“Non è qui, è risorto !!! ”.

Un saluto specialissimo ai bimbi!


In Lui,

vostra sr. Loredana


S. Pasqua 2011

sabato 2 aprile 2011

Aprile 2011: "Essere o Apparire" a cura di Giovanni e Monica

...a sua immagine li creò
 L’argomento può essere affrontato come dicotomia.

Nella nostra società domina l’apparire e spesso le persone che ci circondano propongono un’immagine ben studiata di sé ed è questa che domina. Gli altri ci giudicano senza andare oltre l’apparenza. Tu sei quel che appari: come ti vesti, come parli, come ti atteggi. Quante volte ci capita di vedere che una persona ricopre posti di responsabilità solo perché sa come apparire e ci viene da chiedere: ma gli altri non capiscono che è tutto una posa, che bluffa?

Non solo: quante volte ci è capitato di non riuscire a scrollarci di dosso un’etichetta? Anche perché, spesso una volta incasellati non ci si “scasella” più.

Le domande sono: riesco a cogliere l’altro al di là del suo apparire? L’immagine che gli altri hanno di me come individuo o di noi come coppia corrisponde al vero? Mi va bene che sia così?

Come possiamo educare i nostri figli a un modo di vedere che va oltre? Come possiamo trovare un equilibrio tra il sano valore del curarsi, del trattarsi bene e il disvalore di non dare importanza se non a quell’aspetto.
Vorrei che mia figlia si “tenesse bene” senza dover per questo rinunciare a uscire perché non ha i jeans all’ultima moda. Vorrei che mio figlio ammirasse una ragazza perché ha un cuore e un cervello. E’ terribile sentire genitori dire frasi tipo: “Brutto com’è e pure senza soldi, chi vuoi che se lo fili?” Che figli possono crescere? O frasi tipo: “Lo fai quando la maestra non ti vede”.

Quanto mi blocca nel mio agire la preoccupazione dell’immagine che do di me stesso?

Sarà perché ho anche un volto pubblico, ma io mi sento bloccata spesso nell’esprimermi, proprio perché sento la fatica dell’etichetta. Sto attenta a non esprimere se non a pochi intimi le mie idee politiche, non voglio avere un profilo facebook (eppure curioso in quello di Giovanni), vorrei disfare e rifare il mondo, ma al tempo stesso quando mi pongo nell’agone sento il peso del giudizio altrui.

Io invece ho fatto il mio profilo facebook e visto che è l'unica occasione “per darla in giro”.... l'amicizia la do. Differentemente da Monica, non mi faccio scrupoli a espormi sia con idee politiche che con immagini che possono essere anche fraintendibili. Credo che esprimersi sia solo fonte di crescita. Esprimersi crea relazioni, d'amore e d'altro; da lì puoi capire errori, fare discussioni, conoscere e confrontarti.

In effetti siamo una coppia semi privata: Monica scrive (appare con i caratteri), io dipingo (appaio con le immagini). Lei è più conosciuta in quanto quotidianamente si legge il nome sotto un articolo, io devo mostrarmi di più in quanto uso un medium diverso.

Può essere affrontato come sfida.

In questa società dell’immagine, come posso apparire come sono, senza arrivare al paradosso che per essere devo apparire?

Come posso “sfruttare” l’importanza dell’immagine, nella comunicazione di me stesso, dei miei valori?

Talora chi esprime se stesso è anche vincente. Ciò non comporta molta fatica e se si vedono queste persone (Obama, Renzo Piano, Madre Teresa…) si ha l'immagine di gente genuina, che porta avanti l’esistenza in maniera che pare ovvia, quasi leggera.

E’ vero, ma ci sono anche ben altri esempi… Tuttavia, non posso prescindere dal fatto che oggi l’immagine è diventata tutto. Come posso sfruttare ciò per combattere questa stessa cultura e lanciare anche altri messaggi?

Se uno sa che vestirsi, atteggiarsi parlare in un certo modo da risultati, perché, visto che il contenuto c'è, non fare attenzione anche al modo di apparire? Una mia collega passava tutto il tempo delle pause a truccarsi riscuotendo i complimenti dei colleghi maschi; il soggetto di gran parte delle discussioni delle altre colleghe era lei e ne parlavano con un filino di invidia. Anche persone con una certa personalità "cascavano" nella tela di questa ragazza che appariva com’era: bella e curatissima (ps. Laureata in ingegneria gestionale).

Molti artisti o letterati modificano la realtà, a seconda del loro modo di vedere, e "condizionano” il gusto degli altri. Andy Warhol e i suoi 15 minuti di fama, Van Gogh e i paesaggi modificati da colori e pulsioni, Kafka ossessionato tanto da ridursi a scarafaggio, il dandismo di Dorian Gray, la pacatezza di un Ghandi…

D'altronde capi di stato, showman e altri, anche persone comuni, fanno attenzione a questo per attirare gli elettori, gli spettatori, il consenso, il successo. Non lo vedo come una distrazione o un surplus ma un pezzo importante di un puzzle che è il nostro essere. Naturalmente se il puzzle è completo e non si lasciano perdere altre cose che possono risultare più importanti (educazione, rispetto, relazioni, ecc.)

A me piace giocare con la mia immagine; non ho uno stile e un modo di vestire preciso: mi diverto a passare dal casual più scazzato al “chi è Svetlana?” Ma: inutile dirlo: se mi vesto bene la gente bada molto di più a quello che dico, anche se non parlo di moda! Si ferma quando sono sulle strisce pedonali ed è più gentile. Devo mostrarmi o per preservare la mia autenticità devo rimanere nell’anonimato? Se mi mostro, sono, necessariamente, etichettato? Come faccio a sottolineare che sono molto più complesso di quel che appaio? E che ciò che appare è soltanto una parte di me?

E perchè devo far andare gli altri oltre quello che appaio? La gente non ha già molto da tener a mente? Deve tener conto sempre che uno è come un iceberg o può dare per sottinteso che c’è una parte nascosta, sommersa, sconosciuta? Se noi teniamo a qualcosa, è utile per noi e per gli altri che ci impegniamo e facciamo notare agli altri quello per cui lottiamo. Mi viene in mente un’immagine: la memoria di un computer... milioni di dati memorizzati e di quei dati si utilizza solo il 5%.

Se io ignoro questa situazione non potrò neppure entrare nell’arena per cambiare i giochi. Se insegno ai miei figli che non devono puntare all’apparire, verranno schiacciati perché non ci si accorgerà di loro. Il mondo in cui vivono i nostri ragazzi, ma anche noi stessi, è aggressivo. Faccio un esempio personale: credo di essere una brava giornalista a livello locale e questo mi viene riconosciuto, ma se non mi propongo non vengo chiamata. Eppure in cuor mio riterrei più “dignitoso” essere chiamata a svolgere un compito per i miei meriti piuttosto che propormi, Ma vedo che se non lo faccio vengono scavalcata da gente che è meno brava di me, e non vengo neppure presa in considerazione. Come trovo un equilibrio? come faccio a spiegare questo ai nostri ragazzi?

Nella mia azienda invece ci si propone e si fa carriera, è una scelta che comporta sacrifici perchè diventare responsabile di uomini e vite umane è impegnativo, costa sacrificio per le famiglie dei "proposti". Le chiamate per emergenze arrivano a qualsiasi ora e la famiglia arriva in un secondo posto. Parlando con un responsabile che si chiedeva un po’ sconfortato il prezzo della sua carriera, l'unica cosa che mi son sentito di dire è che comunque un figlio si ricorda delle pur brevi e intense volte che si trascorre il tempo assieme piuttosto che i pomeriggi di noia. Anche l'assenza di un padre insegna...

Conclusioni? Impossibile

Credo che l’equilibrio stia nel capire io stessa e far capire ai ragazzi che posso apparire per quel che sono, orgogliosa di ciò che ho di buono (e nel mondo d’oggi non va nascosto, neppure per modestia) e capace di riconoscere con un po’ di ironia debolezze ed errori, senza lasciarmi da essi schiacciare. Se poi l’immagine che gli altri hanno di me, è diversa… Ad un certo punto… Chìssene

Mah, essere o apparire è tutto un fluire. Stuc e piture fan biele figure!
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La Parola della Parola
Luca 11, 42-46
Ma guai a voi, farisei, che pagate la decima della menta, della ruta e di ogni erbaggio, e poi trasgredite la giustizia e l'amore di Dio. Queste cose bisognava curare senza trascurare le altre. 43 Guai a voi, farisei, che avete cari i primi posti nelle sinagoghe e i saluti sulle piazze. 44 Guai a voi perché siete come quei sepolcri che non si vedono e la gente vi passa sopra senza saperlo».


45 Uno dei dottori della legge intervenne: «Maestro, dicendo questo, offendi anche noi». 46 Egli rispose: «Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!
 
Giovanni, 1, 1-14
 
1:1 In principio era il Verbo, il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio.
1:2 Egli era in principio presso Dio:
1:3 tutto è stato fatto per mezzo di lui, e senza di lui niente è stato fatto di tutto ciò che esiste.
1:4 In lui era la vita e la vita era la luce degli uomini;
1:5 la luce splende nelle tenebre, ma le tenebre non l'hanno accolta.
1:6 Venne un uomo mandato da Dio e il suo nome era Giovanni.
1:7 Egli venne come testimone per rendere testimonianza alla luce, perché tutti credessero per mezzo di lui.
1:8 Egli non era la luce, ma doveva render testimonianza alla luce.
1:9 Veniva nel mondo la luce vera, quella che illumina ogni uomo.
1:10 Egli era nel mondo, e il mondo fu fatto per mezzo di lui, eppure il mondo non lo riconobbe.
1:11 Venne fra la sua gente, ma i suoi non l'hanno accolto.
1:12 A quanti però l'hanno accolto, ha dato potere di diventare figli di Dio: a quelli che credono nel suo nome,
1:13 i quali non da sangue, né da volere di carne, né da volere di uomo, ma da Dio sono stati generati.
1:14 E il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi; e noi vedemmo la sua gloria, gloria come di unigenito dal Padre, pieno di grazia e di verità.

 
Matteo 26, 36-39
 
[36] Allora Gesù andò con loro in un podere, chiamato Getsèmani, e disse ai discepoli: “Sedetevi qui, mentre io vado là a pregare”. [37] E presi con sé Pietro e i due figli di Zebedèo, cominciò a provare tristezza e angoscia. [38] Disse loro: “La mia anima è triste fino alla morte; restate qui e vegliate con me”.
[39] E avanzatosi un poco, si prostrò con la faccia a terra e pregava dicendo: “Padre mio, se è possibile, passi da me questo calice! Però non come voglio io, ma come vuoi tu!”.

Marco 15, 37-39

37 Ma Gesù, dando un forte grido, spirò. 38 Il velo del tempio si squarciò in due, dall'alto in basso.
39 Allora il centurione che gli stava di fronte, vistolo spirare in quel modo, disse: « Veramente quest'uomo era Figlio di Dio! ».

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Perchè sono nato, dice Dio

Sono nato nudo, dice Dio perchè tu sappia spogliarti di te stesso. Sono nato povero perchè tu possa considerarmi l'unica ricchezza. Sono nato in una stalla perchè tu impari a santificare ogni ambiente. Sono nato debole, dice Dio perchè tu non abbia mai paura di me. Sono nato per amore perchè tu non dubiti mai del mio amore. Sono nato di notte perchè tu creda che posso illuminare qualsiasi realtà. Sono nato persona, dice Dio perchè tu non abbia mai a vergognarti di essere te stesso. Sono nato uomo perchè tu possa essere "dio". Sono nato perseguitato perchè tu sappia accettare le difficoltà. Sono nato nella semplicità perchè tu smetta di essere complicato. Sono nato nella tua vita, dice Dio per portare tutti alla casa del Padre.